Detroit

Nel 1967, in piena epoca di battaglie per i diritti civili da parte degli afroamericani (Martin Luther King sarebbe stato ucciso nel ’68 sul balcone del Lorraine Motel di Memphis), nel ghetto nero di Detroit ebbe luogo una rivolta scatenata da una retata della polizia in un bar dove si vendevano alcolici senza permesso. Il governatore del Michigan inviò la Guardia Nazionale a sedare la rivolta, e il presidente Lyndon Johnson gli fece dare man forte dall’esercito. L’episodio paradigmatico di quel tumulto fu il sequestro di un gruppetto di giovani uomini neri e di due ragazze bianche all’interno del Motel Algiers: un episodio di brutalità da parte della polizia (con il fiancheggiamento di alcuni militari) che è una ferita nella coscienza dell’America. Negli Stati Uniti il massacro del Motel Algiers è molto noto, lo è invece molto meno nel resto del mondo.

E la scelta di Kathryn Bigelow di concentrare la propria attenzione su quell’evento accaduto cinquant’anni fa è parte della generale riflessione che il cinema americano sta facendo sulla “questione afroamericana”. Oltretutto a mio parere il film della Bigelow probabilmente meritava più fortuna anche se in periodo di Oscar questo genere di prodotto è troppo politico e troppo ruffiano trattando un tema, quello del razzismo, molto caro all’Accademy. Lo abbiamo visto anche oggi, come conferma, con la vincita de La forma dell’acqua e del suo regista messicano Del Toro che sembra una risposta alla politica di Trump.

Ottimo il cast a cominciare dall’aguzzino bianco interpretato da Will Poulter che ha un viso veramente adatto, John Boyega è alle prese con una parte piuttosto delicata.