Intervista a Bruce Sterling

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Classe 1954, scrittore, giornalista, critico, opinionista e blogger per Wired, allievo prediletto di William Gibson, autore di otto romanzi di fantascienza, innumerevoli racconti, saggi critici, introduzioni a volumi di autori da Ernst Jünger a Jules Verne. Ma soprattutto, texano visionario. Bruce Sterling è il guru delle previsioni, l’ultimo sopravvissuto di quella genìa di fantascienziati diretti discendenti di H.G. Wells che, come Huxley, Asimov, Herbert, ci hanno fatto prima sognare e poi soffrire d’insonnia quando gli incubi dei loro racconti divenivano realtà. Suoi sono Mirrorshades, antologia-manifesto del cyberpunk, La macchina della realtà e Giro di vite contro gli hacker. (e aggiungo io La matrice spezzata).
Tre straordinarie predizioni di come il mondo sarebbe caduto, senza poi far nemmeno troppo rumore, nelle mani dei tecnocrati. Perché Sterling adora le previsioni, vive di previsioni, ci ragiona sopra in ogni momento, la sua mente non fa che guardare più avanti, là dove la maggior parte di noi ha troppa paura, pigrizia, colpa o inconsistenza per guardare. E così, al «Festarch» di Cagliari, dove in questi giorni ha discusso di architettura digitale, ha fatto qualche previsione anche per “Il giornale”.
Mr. Sterling, la sua ultima ossessione è l’architettura. Lei ha previsto già quattro futuri possibili, dove a farla da padrone saranno proprio gli architetti.
«L’architettura è il problema, esattamente come prima lo era la tecnologia. La mia visione è molto semplice: nei Paesi in cui non ci sono soldi, nessuno sa come si fanno i palazzi. E nessuno te lo spiega. Quindi ci sono favela, bidonville, barrios e squat».
No capitale, no architetti?
«Si può dire che molti palazzi al mondo sono stati fatti da gente povera, magari con materiali grezzi. Ma non li vedrai mai su una rivista di architettura. Non vuol dire che non esistano. Ma nessuno lo sa. Venite a vedere le bidonville: la gente ha usato i luoghi firmati dai brand degli architetti famosi. Ma li ha riutilizzati. Saper costruire può fare la differenza tra la vita e la morte».
Ma qualche archistar che si sacrifichi, come fanno a volte i medici, non c’è?
«Quanti medici famosi stanno a Parigi e quanti a Nairobi? Dovrebbe esistere un’“architettura umanitaria”. Qualcosa del genere per le emergenze esiste già: Architecture for Humanity, fondata da un architetto attivista, Cameron Sinclair, per intervenire in luoghi disastrati».
Dunque l’architettura sostenibile è destinata soltanto ai Paesi ricchi?
«Gli archistar non interverranno mai in nazioni che non possono pagarli».
In Italia abbiamo al momento in attività un grande archistar, Daniel Libeskind. Che ne pensa di CityLife, il suo progetto per Milano?
«Conosco bene il progetto, ma trovo inutile e pericoloso esprimere opinioni sugli archistar».
Perché?
«Perché a parlarne male si rischia di fare la figura dello zotico retrogrado, di quello che viene dalla campagna e non capisce le trasformazioni metropolitane. È davvero difficile dire che un grattacielo è bello. Ma se a progettarlo è un archistar nessuno dirà mai nulla. Per imbarazzo».
Non vuole provarci?
«Le dirò una cosa: gli archistar sono pagati per generare controversie. Sarebbe come esprimere valori su una nave da guerra».
Lei si è dichiarato preoccupato anche per l’architettura sostenibile e l’ecologismo in genere. Ha avuto una visione anche su questo?
«Ci ho provato. Riesco ad arrivare fino al punto in cui tutto, nei Paesi ricchi, sarà sostenibile. Ma il pensiero “verde” ha un senso solo se si contrappone a qualcosa che non lo è. Quando tutto sarà a posto, che cosa faranno i miei pronipoti? Che farà l’umanità di se stessa? Saranno atterriti. Paralizzati. In totale crisi creativa. Prigionieri di un’eredità di pensiero monolitica. È così che me li immagino».
Lei ha previsioni negative anche sull’energia alternativa.
«Intanto smettiamo di chiamarla alternativa. Chiamiamola “energia patriottica” o “possibile”, cioè quella che il tuo Paese riesce a permettersi di fornirti. Non tutte queste forme di energia funzionano. Ma quelle vincenti creeranno un nuovo genere di dominatori. Esattamente come è successo con le dotcom, le pochissime imprese che hanno azzeccato le forme vincenti di tecnocrazia digitale e del web».
Nel suo blog su Wired li ha chiamati «Green Energy Barons».
«Saranno i nuovi petrocrati. La situazione in effetti è molto simile a quella di un tempo con il petrolio. I pochi che avranno da offrire energia sostenibile diventeranno molto, molto ricchi. E controlleranno il mondo».
L’Italia come è messa?
«Ha molti problemi, non lo si può negare. Ma ha un grande vantaggio: non ha la maledizione e la stupidità del petrolio. E questo significa che continuerà a rimanere un grande laboratorio mondiale di cultura, esattamente come Cina e India».
Insieme a William Gibson, lei è considerato il padre del movimento cyberpunk, ovvero high tech e pop integrate. Quale sarà il nuovo cyberpunk tra dieci, venti anni?
«Ho pensato che è finito il momento della counterculture e che deve nascere quello della alterculture, guardare il mondo dal punto di vista di altre culture. Pensavo di partire da quella che chiamerò cyber italian science fiction. Gli italiani non lo sanno, ma in questo momento sono un popolo molto eccitante dal punto di vista creativo».
Un’altra delle sue sconvolgenti previsioni è stata sulla scomparsa dei blog, nel 2017. Conferma?
«I blog oggi non hanno più nulla di ciò per cui erano nati. La loro storia nasce come autoreferenziale, individuale. Oggi invece tutto è social network, intelligenza collettiva, come dimostra Myspace. Il web stesso è cambiato, si tiene in mano, si porta in giro, con l’iPod e così via. Ma questa forma di comunicazione collettiva non è affatto intelligente come si dice».
È stupida?
«Diciamo che promuove un’automatizzazione dell’intelletto. Tuttavia è utile per la produzione di massa, esattamente come lo era la catena di montaggio cento anni fa».
Ma quanti cervelli andranno sacrificati a questa produzione di massa?
«Questa è un’altra delle mie paure previsionali. Il quarto cavaliere dell’Apocalisse».

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